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Persone con disabilità

A cura di Ledha

Archivio opinioni

3 Marzo 2026

Sanremo? Anche no

di Donata Scannavini

Quando si parla di disabilità non servono lacrime o celebrazioni enfatiche: servono accessibilità reale e rappresentazioni non stereotipate. Anche quest'anno il festival non viene promosso

Anche quest’anno durante il festival di Sanremo gli organizzatori hanno voluto dedicare spazio alle persone con disabilità, pensando di essere inclusivi. Ma cosa c’è in inclusivo nel fare cantare delle persone (non "ragazzi", please) con disabilità che indossavano una bella maglietta rossa con scritto in bianco “Io sono come te”?  Ci rendiamo conto che quella scritta si smentisce da sola? Se fosse davvero superflua - perché davvero siamo “come voi” - non ci sarebbe bisogno di esibirla. Nessun altro su quel palco indossa o indosserebbe una maglietta del genere: proprio perché non avrebbe senso. 

Andiamo avanti: è stato sottolineato con enfasi e meraviglia che una persona di quel coro conosce a memoria tutte le canzoni di Laura Pausini. Prodigio! Non potrebbe, semplicemente, essere un suo fan e, come tutti i fan che si rispettino, conosca a memoria le canzoni della sua beniamina?

La gara canora prosegue e dopo un po’ arriva il momento dedicato agli atleti olimpici e paralimpici. Va riconosciuto che qui le cose sono andate un po’ meglio: gli atleti erano sul palco tutti insieme, sono stati fatti i complimenti a chi ha già gareggiato ottenendo medaglie importanti e sono stati incoraggiati coloro che devono iniziare i Giochi.  Peccato che Giovanni Malagò, già presidente del CONI, oggi presidente della Fondazione Milano Cortina, non abbia saputo resistere dal definire “eroi” gli atleti paralimpici.

Siccome la sottoscritta è ignorante e non capisce, prova a cercare su Google la definizione di eroe e trova: “L'eroe è una figura centrale in miti, letteratura e vita reale, definita da coraggio straordinario, abnegazione e capacità di compiere imprese eccezionali, spesso sacrificandosi per ideali, giustizia o la comunità”. La domanda sorge spontanea, un atleta ha un coraggio straordinario, compie imprese eccezionali (a volte qualcuno…) si sacrifica per gli altri?

Al netto che qualunque sportivo se vuole raggiungere dei risultati importanti deve fare sacrifici anche pesanti, non mi sembra che la definizione di eroe si addica agli atleti.

Il nocciolo della questione è che quando si parla di disabilità in televisione e sui media in generale l’obiettivo non è fare inclusione, ma suscitare sentimenti forti, pietismo, ammirazione smisurata, sensazionalismo.

Prova di questo è stato anche il collegamento in terza serata con un ragazzo che, in seguito a lesioni provocate da un pestaggio da parte di una baby gang, “ha avuto una sentenza terribile, tuta la vita in sedia a rotelle” e che desiderava partecipare al festival come spettatore, ma non ha potuto. Ora, nessuno discute che per un ragazzo di vent’anni sentirsi dire che passerà il resto della sua vita in carrozzina sia un’esperienza sconvolgente, ma ancora una volta si è voluto mirare alla pancia degli spettatori. Non è stato detto perché questo ragazzo non sia potuto andare a Sanremo; potrebbe essere che problemi che hanno impedito la sua partecipazione al festival fossero veramente irrisolvibili, ma, non sapendolo, è lecito domandarsi se non si trattasse di questioni che con una reale volontà di inclusione si sarebbero potute risolvere. 

Parlare di disabilità dal palco di Sanremo - un evento seguito ogni anno da milioni di spettatori e di cui si parla diffusamente su tutti i media - potrebbe essere un fatto molto positivo; il festival, al di là delle opinioni che ognuno possa avere in merito, è una grossa cassa di risonanza. Il problema è come si parla di disabilità, come si presentano le persone con disabilità che non sono né poveretti condannati da sentenze terribili, né supereroi quando riescono, nonostante le difficoltà, a realizzare i propri sogni.

Sanremo anche sì, se sensibilizzasse sulle istanze di una reale inclusione, se per esempio si vedessero in gara cantanti con disabilità (ricordiamo Pierangelo Bertoli, Annalisa Minetti, Aleandro Baldi, per non parlare di Andrea Bocelli, ospite dell’ultima serata) giudicati, come tutti gli altri per la loro canzone e perfomance.

Sanremo anche sì, se ci si battesse perché tutte le strutture fossero accessibili, se si presentassero anche persone che, nonostante la disabilità, sono riuscite a realizzare i loro sogni. Ma si facesse questo senza sensazionalismo, senza l’obiettivo di far scendere la lacrimuccia alle signore delle prime file (“casualmente” inquadrate in quel momento) solo per spronare tutti, ognuno secondo il ruolo e la funzione ricoperta, a costruire una società sempre più inclusiva, dove sia normale che ogni persona, con o senza disabilità, possa realizzare al meglio se stessa, partecipando alla vita sociale alla pari di tutti gli altri.

Finché il servizio pubblico non sarà in grado o, volendo pensar male, non vorrà fare questo, Sanremo? No, grazie!

Donata Scannavini

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