"The Pitt" racconta una disabilità "normale" e lo fa bene
Nel caos del pronto soccorso, la serie racconta la disabilità senza retorica: pazienti e medici convivono con differenze che non definiscono i personaggi. Una rappresentazione credibile, quotidiana, lontana dagli stereotipi.
Ogni anno ci sono quelle due-tre serie TV che “che bisogna guardare”. Perché ne parlano tutti, perché le clip più emozionanti e divertenti inondano i social media, perché intercettano un tema forte e che colpisce particolarmente il pubblico. “The Pitt” è sicuramente una di queste.
Due stagioni da quindici puntate ciascuna. Ogni puntata racconta quello che succede in un’ora all’interno del pronto soccorso del Pittsburgh Trauma Medical Center. Il nome della serie viene proprio da qui: un gioco di parole in inglese tra il diminutivo del nome della città (Pittsburgh) e “pitt”, ovvero pozzo, fossa. Un termine duro che fa emergere da subito lo spirito della serie: il pronto soccorso è affollato, il personale non è sufficiente e deve dare fondo a tutte le proprie energie (spingendosi spesso ben oltre il limite) per dare una risposta a tutti.
Un medical drama con tutti gli ingredienti del caso: interventi d’urgenza per salvare vite, sconforto e dolore per la perdita, adrenalina, momenti gioia e riscatto. Un medical drama molto ben fatto e che offre uno spaccato della società statunitense: i traumi lasciati dalla pandemia da Covid-19, l’ansia delle famiglie prive di assicurazione sanitaria che non possono permettersi i costi di farmaci e interventi chirurgici, la violenza degli agenti dell’ICE che non si fermano nemmeno davanti alle porte di un pronto soccorso.
Puntata dopo puntata c’è un altro elemento di cui ci accorge pian piano. In “The Pitt” c’è molto racconto della disabilità. Ci sono, innanzitutto, i pazienti e questo è facilmente comprensibile perché tutti rischiano di finire al pronto soccorso. Ed ecco quindi il giovane uomo con autismo che finisce in sovraccarico emotivo a causa delle luci forti e del gran rumore. E poi, nella seconda stagione, una donna sorda che viene a lungo ignorata in sala d’attesa e che quando riesce finalmente a incontrare un medico non può comunicare perché l’interprete della lingua dei segni non è immediatamente disponibile.
E poi ci sono i medici. Uno dei più tosti del reparto, il dottor Jack Abbot, è un ex militare che ha subito un’amputazione a una gamba: un’informazione che viene rivelata quasi per caso. Caleb Jefferson è un medico psichiatra, molto rispettato e la sua disabilità (è in carrozzina) non è un elemento centrale del personaggio ma un fatto neutro a cui nessuno presta particolare attenzione.
Melissa “Mel” King, è una specializzanda al secondo anno: capelli biondi sempre legati in una treccia, sguardo serio. Mostra alcuni tratti codificati come tipici delle persone con autismo (ad esempio qualche difficoltà nel cogliere i segnali sociali e una predisposizione per i compiti ripetitivi) ma nella serie non si parla di una diagnosi di neurodivergenza. Al contrario possiamo vedere molte sue sfaccettature mentre il personaggio si sviluppa nel corso delle puntate: la sua compassione quando consola una bambina che sta perdendo la sorella, la sua sincerità mentre stringe amicizia con gli altri medici, la sua competenza nelle diagnosi.
Tutti i personaggi (piccoli e grandi) sono veri, credibili. In modo particolare quello della dottoressa King, costruito grazie alla consulenza della direttrice del “Jefferson Center for Autism & Neurodiversity” di Philadelphia che ha aiutato gli sceneggiatori a scrivere un personaggio che non scivolasse negli stereotipi solitamente associati a questa condizione (ad esempio quella del “genio asociale” del protagonista di un'altra serie di sucesso, "The Good Doctor").
La rappresentazione delle persone con disabilità in “The Pitt” è fatta bene per un motivo molto semplice: non viene trattata come un tema. Puntata dopo puntata non c'è un momento “rivelazione” in cui tutto si ferma e la disabilità diventa il cuore del racconto. Abbot, Jefferson, King non sono lì per insegnare qualcosa allo spettatore, non portano il peso simbolico di "rappresentare" una categoria. Sono semplicemente medici, nel caos del pronto soccorso. Ordinari, nel senso migliore del termine. Sono "solo" personaggi ben scritti e raramente la televisione ha fatto qualcosa di più rivoluzionario.

