Questo sito utilizza cookie. Proseguendo la navigazione si acconsente al loro impiego in conformità alla nostra Cookie Policy.
Informativa estesa         

Persone con disabilità

A cura di Ledha

Ultime opinioni

27 Gennaio 2026

"Con grande rammarico"

di Ilaria Sesana

Le trostbriefe, le lettere inviate alle famiglie delle persone con disabilità uccise dal nazismo, servivano a nascondere l’omicidio, scoraggiare domande e rendere accettabile l’eliminazione di vite giudicate “indegne”

Con grande rammarico dobbiamo comunicarLe che il paziente è deceduto improvvisamente il 24 marzo 1941 a causa di una grave meningite acuta. Poiché Suo marito soffriva di una grave e incurabile malattia mentale è necessario considerare la sua morte come una liberazione”.

Con queste parole l’Istituto regionale di cura e assistenza Hadmar, (in realtà  uno dei sei siti per il programma di eutanasia Aktion T-4 dove si stima siano state uccise 200mila pesone), ha comunicato alla signora Mathilde U. la morte del marito Ernst avvenuta il 24 marzo 1941. 

Lettere simili vennero mandate dagli istituti sanitari di tutta la Germania nazista a decine di migliaia di famiglie. Venne anche coniato un termine per indicarle: trostbriefe. Un termine ipocrita che fonde in un’unica parola il termine briefe (lettere) a trost (consolazione). 

Perché la consolazione è solo un burocratico tentativo di mascherare l’orrore del programma di eutanasia messo in pratica dal regime nazista che prevedeva la soppressione di uomini e donne affetti da malattie genetiche inguaribili e di persone con disabilità mentali e fisiche. Vite considerate “indegne” di essere vissute e raccontate nel celebre spettacolo teatrale “Ausmerzen” di Marco Paolini.

I testi di alcune di queste lettere si possono trovare online, talvolta tradotte in inglese: sono testi standardizzati, freddi e deliberatamente falsi. E non erano solo un ipocrita messaggio di cordoglio: erano una parte essenziale della macchina burocratica del programma AktionT4.

Queste lettere seguivano uno schema fisso per evitare sospetti e scoraggiare visite o indagini da parte dei familiari. La morte del “paziente” avveniva sempre all’improvviso a causa di malattie comuni ma improvvise (polmonite, meningite acuta,..), si informava quindi la famiglia che per “motivi igienico-sanitari” il corpo era stato cremato (per evitare una possibile autopsia che svelasse la reale causa della morte) e si offriva l’invio dell’urna su richiesta, ma a spese della famiglia. 

L’obiettivo era quello di scoraggiare la ricerca della verità. Nella lettera indirizzata a Mathilde U. si intima alla donna di non aprire l’urna “perché il contenuto è stato disinfettato con forti agenti chimici”. E la frase seguente è un invito secco: “Preghiamo gli altri parenti del defunto di astenersi da ulteriori richieste, poiché non siamo autorizzati a fornire altre informazioni”. Un ulteriore dettaglio aiuta a comprendere lo sforzo messo in atto per nascondere la verità: spesso le lettere venivano inviate da località diverse rispetto a dove era avvenuto l’omicidio, utilizzando uffici amministrativi fantasma.

La lettera a Mathilde U. è stata pubblicata dall'Istituto tedesco per i diritti umani all’interno di un manuale e racconta anche la storia della famiglia. Ernst era nato nel 1899, lavorava come panettiere ed era padre di sei figli. Nel 1929 e nel 1933 venne ricoverato in una clinica psichiatrica per “schizofrenia” e successivamente costretto all’istituzionalizzazione permanente, sotto minaccia della sottrazione dei figli. Nella clinica di Bedburd, Ernst riceveva regolarmente visite dei parenti, ma nel 1940 venne trasferito in un altro istituto dove molto probabilmente le condizioni di ricovero cambiarono drasticamente: all’inizio del 1941 infatti scrisse una lettera alla madre chiedendo di essere prelevato dall’istituto e un biglietto alla moglie in cui chiedeva urgentemente visite. Su questa cartolina era però stato apposto il timbro “Visite non desiderate”. Una formula fredda, impersonale, passiva. Quello Ernst era considerato un caso già chiuso dalle autorità dell’istituto di Hadmar.

Pochi mesi dopo, Mathilde U. ha ricevuto la trostbriefe che le comunicava la morte del marito.
Un omicidio burocraticamente organizzato comunicato con parole fredde e accuratamente scelte per nascondere la verità.

Condividi: Facebook Linkedin Twitter email Stampa