Sanremo, la disabilità e il confine sottile tra emozione e diritti
"Esiste una forma di abilismo socialmente accettata, quella che rassicura il pubblico", il commento Cristina Piacentini Referente Comitato Crema Zero Barriere
Ho ascoltato con attenzione l’esibizione del coro di Anffas La Spezia al festival della canzone italiana di Sanremo.
Sono stati bravi. Preparati. Coinvolgenti. E non lo scrivo per dovere di premessa, ma per convinzione.
Proprio per questo, però, sento il dovere di distinguere tra il valore dell’esibizione e la cornice narrativa in cui è stata inserita.
Quando la disabilità viene raccontata come “speciale”, quando la scena è costruita per suscitare commozione, quando una maglietta recita “Io sono come te”, si attiva un meccanismo culturale che merita una riflessione più profonda.
Noi persone con disabilità non vogliamo essere “speciali”.
La parola può sembrare positiva, ma spesso è una forma elegante di separazione.
E non vogliamo essere “come te”.
Non perché desideriamo distanza, ma perché rivendichiamo identità. Ognuno è unico. La diversità non è un problema da annullare: è una realtà da riconoscere.
Il punto non è l’uguaglianza retorica.
Il punto sono le pari opportunità concrete.
Con il termine abilismo si indica quell’insieme di atteggiamenti, linguaggi e rappresentazioni che considerano la persona con disabilità come “meno” rispetto a uno standard ritenuto normale. Non sempre si manifesta con esclusione esplicita: spesso è più sottile, si esprime nella commozione, nell’infantilizzazione, nell’idea che la disabilità debba essere fonte di ispirazione o di tenerezza.
Esiste una forma di abilismo socialmente accettata: quella che rassicura il pubblico, ma non mette in discussione le barriere architettoniche ancora presenti nelle nostre città, i costi elevati degli ausili, le auto adattate economicamente proibitive, il carico assistenziale, burocratico e finanziario che grava sulle famiglie.
La pietà, anche quando è sorridente e benintenzionata, rischia di trasformarsi in una forma di elemosina morale: un’emozione che consola chi guarda, ma non cambia le condizioni di chi vive ogni giorno barriere e ostacoli.
Noi non chiediamo elemosina, neppure simbolica.
Chiediamo diritti esigibili, strumenti adeguati, rimozione concreta degli ostacoli.
Non si tratta di “rovinare un bel momento”.
Si tratta di evitare che un momento bello diventi l’ennesima occasione mancata per fare un salto culturale.
Il Festival di Sanremo non è solo intrattenimento: è uno spazio simbolico che contribuisce a formare l’immaginario collettivo. Proprio per questo la Rai, in quanto servizio pubblico, e chi ne cura la direzione artistica hanno una responsabilità culturale che va oltre la serata televisiva.
Non basta portare le persone sul palco.
Occorre interrogarsi sul linguaggio, sulle parole, sulle immagini.
L’inclusione autentica non è commozione.
È responsabilità.
Chiedo alla RAI, in quanto servizio pubblico, e al direttore artistico del Festival di Sanremo, Carlo Conti, di considerare queste riflessioni per promuovere una narrazione della disabilità che non si limiti alla commozione o alla pietà, ma contribuisca a costruire diritti concreti e inclusione reale.
Ed è da qui che dovrebbe partire il prossimo passo.
Cristina Piacentini, referente Comitato Crema Zero Barriere


