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Persone con disabilità

A cura di Ledha

Ultime notizie

27/01/2012

Giornata della memoria. Le difficoltà di un passato che non passa.

Per non dimenticare tutte le vittime dell'Olocausto e per riflettere sul presente.
Razzismo e interessi economici; il pericolo di una stigmatizzazione ieri come oggi.

 

È dal 2001 che è stata istituita per legge la giornata della memoria. Ricordando il 27 gennaio 1945, quando le truppe sovietiche arrivano al campo di Auschwitz scoprendone gli orrori e liberando i pochi superstiti, la legge invita a promuovere iniziative e incontri "su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti". Tra le vittime si dimentica spesso di ricordare la vicenda di un altro mezzo milione di persone, secondo le stime più basse, composto da nomadi, testimoni di Geova, omosessuali, disabili. Per questo, negli ultimi anni, persone e associazioni sensibili alle questioni di quelle "minoranze dimenticate" promuovono iniziative di conoscenza e sensibilizzazione su quello sterminio. L'anno scorso aveva dato rilievo allo sterminio dei disabili anche uno spettacolo teatrale trasmesso in diretta televisiva, Ausmerzen di Marco Paolini.

 

Ricordiamo brevemente le vicende. Le operazioni di purificazione contro gli "inquinatori dell'integrità della razza" erano state avviate nel 1933, poco dopo la salita di Hitler al potere, con la sterilizzazione forzata di 400.000 persone. Sul finire degli anni trenta, prima dello scoppio della seconda guerra mondiale, era stata avviata l'operazione di eliminazione di bambini con disabilità. Erano "soggetti inutili" attorno a cui una disciplina nata sul finire dell'Ottocento come l'eugenetica aveva costruito saperi e già un testo del 1921, scritto da un medico e un giurista, li indicava come "vite indegne di essere vissute". Di loro doveva farsi carico lo stato nel dare loro fine ai loro dispiaceri, quelli dei familiari e di istituti costretti a mantenerli. Motivando alle famiglie che questi bambini sarebbero stati curati, erano portati in apposite cliniche (tra Germania e Austria) e curati definitivamente lasciandoli morire di inedia o con iniezioni letali.

Questo è il banco di prova della fase successiva dell'operazione relativa agli adulti che, ancor più dei bambini, oltre alle motivazioni razziste e eugenetiche ammantate di pseudo scientificità, rappresentano un costo per lo stato tedesco. Le difficoltà socio-economiche vissute dalla Germania (e tutto l'Occidente) dopo la crisi del 1929 hanno costituito un terreno fertile per alimentare la propaganda. Con lo scoppio della guerra, l'operazione segreta (detta Aktion T4) si è estesa anche agli adulti, spediti dai centri di cura sparsi in tutto il paese in sei centri attraverso lunghi furgoni neri coi vetri oscurati in ospedali specifici. Qui venivano uccisi, al ritmo di 70-75 persone alla volta, nelle camere a gas. La cremazione dei cadaveri avveniva di notte. Tuttavia, carne e ossa umane hanno un odore inconfondibile e, in seguito alle proteste delle chiese protestanti e cattoliche, nel 1941 il programma è ufficialmente sospeso. Prosegue tuttavia in gran segreto, poiché all'epoca le vittime erano 70.000 e nel 1945 saranno 240.000. Anche l'Italia, dopo le leggi razziali e la grande subalternità allo stato tedesco specie dopo lo scoppio della Seconda guerra mondiale, ha inviato cittadini con disabilità psichiche, oltre che ebrei, a morire nei lager tedeschi dopo essere stati prelevati da due manicomi di Venezia.

 

Questi in breve i fatti, che sono ben lontani dall'essere diventato patrimonio comune. Tuttavia, entrare di diritto, su "un piano di uguaglianza", con le altre vittime del nazismo nella giornata del ricordo sarebbe una magra consolazione. Dentro anche i disabili nel revival a base di film più o meno noti, unanimi retoriche e citazioni varie che ravvivano per qualche istante il ricordo e svaniscono immediatamente dopo poiché incapaci di interrogarci più profondamente? Le consolazioni, la retorica, le pacificazioni forzate e i buoni sentimenti non risolvono la problematicità e la difficoltà di confrontarsi con la disabilità. Cosa c'è di comune tra il razzismo contro i disabili di quell'epoca e le stigmatizzazioni di oggi? Non si dica che è acqua passata dopo la fine della seconda guerra mondiale perché le camere a gas non ci sono più e la propaganda eugenetica neppure. Già sullo spauracchio della crisi come fonte di stigmatizzazioni più feroci avrei qualche dubbio a dire che ne siamo fuori. Di certo, il fatto che le persone disabili facciano "vite indegne di essere vissute" è ancora moneta corrente. Cosa c'è di simile e, soprattutto, di diverso che rinnova quel fatale pregiudizio? Si potrebbero avviare, con il coinvolgimento di molti, riflessioni e analisi, non di una sola giornata!

 

Matteo Schianchi

 

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