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A cura di Ledha

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30/07/2017

Il diritto alla debolezza

Di Marco Sessa e Paolo Cendon

Chi dice "non ce la faccio" viene giudicato "non all'altezza" delle sfide della societą moderna. Per questo lanciamo un appello a organizzare un momento di confronto sul tema della debolezza. Per tutelarla.

Prendendo spunto da un'intervista del giornalista Claudio Magris al professor Paolo Cendon, docente di diritto privato all’università di Trieste,  ci siamo chiesti se esistano e quali siano gli strumenti -oltre al diritto- in grado di tutelare le persone fragili e la loro debolezza.

Grazie all’esperienza personale di vissuto con una malattia rara, con il professor Cendon e la sua profonda conoscenza sul tema dal punto di vista giuridico, vorremmo provare a proporre nuovi modelli di presa in carico per le persone  con fragilità.

È però necessario partire da una domanda: cosa è la fragilità? La si può sintetizzare come la differenza tra le aspettative (realtà), il contesto e il proprio desiderio, il proprio sentire. La fragilità può comparire naturalmente in alcuni momenti della vita (con una malattia o con il passare dell’età) oppure quando veniamo messi di fronte a delle scelte importanti. In ogni caso, siamo portati a sublimarla o a nasconderla per evitare di essere giudicati non all’altezza dei nostri tempi o delle aspettative che sono state riposte in noi. La debolezza non viene più vista come una condizione psico-fisica, ma come un deficit. Questa situazione può creare disagio e per questo è importante tutelare fragilità e debolezza sia da un punto legislativo sia da un punto di vista culturale

Facciamo un esempio concreto: la debolezza causata da una malattia. Nelle culture occidentali, la malattia è sempre considerata in senso negativo. Non viene percepita come una condizione dell’esistenza. La malattia spesso porta con sé il concetto di morte e quindi fa molta paura. Come ha scritto lo storico Philippe Ariès: “Nel nostro tempo si è proibito il tema della morte come nel secolo scorso quello del sesso. La contingenza, la finitezza, la fragilità, la sofferenza e la morte, come la sconfitta come ogni tipo di perdita, non fanno parte del quadro mentale dell’uomo occidentale. Sono diventati temi proibiti, difficili”.

Siamo chiamati ad essere sempre perfetti, non è permessa la debolezza, non è permesso “non farcela”. E questo ancora di più viene chiesto ad un malato. Una persona con una malattia è chiamata ad essere straordinaria. Ma per chi non ce la fa, per chi è ordinario, il rischio è quello di cadere in forti sensi di colpa con conseguente isolamento ed esclusione sociale. E a quel punto si è portati ad accomodarsi nel pietismo o nell’assistenzialismo vedendoli come unici strumenti possibili di ricompensa affettiva e sociale

Pensiamo che il rispetto reciproco parta proprio dalla considerazione delle fragilità e debolezze altrui, ma questa considerazione, nel mondo occidentale, necessita oltre che di protezione giuridica di un diverso approccio culturale. Occorre superare l’attuale visione neo-liberale (che ci vuole tutti super-uomini al massimo dell’efficienza) per una visione più inclusiva che consideri oltre agli elementi meritocratici anche i principi metodologici.

Per Paolo Cendon debolezza significa: “Vorrei raggiungere i miei obiettivi. Ma nello stato in cui mi trovo è difficile: mi manca un 20% di risorse, corpo e anima”. Forza vuol dire: “Soddisfare le mie aspirazioni, ci riuscirò da solo”. Assicurare il diritto delle persone fragili allora diventa: “Dotare chi non ce la fa di quel 20% di puntelli indispensabili; sarà lui poi a darsi una mossa”. Non commiserazione quindi, non lacrimevole misericordia. Non esistono soggetti deboli, soltanto esseri “indeboliti” dalla mancanza dentro il sistema, dei supporti necessari a fiorire. Bisogna permettere che le persone possano dire, in alcuni momenti o situazioni della loro vita, “non ce la faccio”.

La debolezza è un aspetto dell’umanità ed è necessaria per la stessa sopravvivenza della specie in quanto aiuta a trovare l’equilibrio tra gli opposti. Non esisterebbe la forza se non ci fosse la debolezza. Doverla nascondere o trattarla come un difetto non risolve il problema, così come considerare il benessere e la forza come le uniche virtù meritevoli, non ci permette di essere uomini liberi. Viceversa siamo convinti che la fragilità, la debolezza, come la morte siano elementi essenziali dell’esistenza e devono essere oggetto di sia tutela che di rispetto da parte di ognuno.

Come dice Claudio Magris nell’articolo “Di per sé la legge tutela l’individuo contro la violenza e altri danni che qualcuno più forte può arrecare alla sua persona”.  La tutela delle persone deboli la ritroviamo nella nostra Costituzione e nelle normative in generale. Paolo Cendon è tra i più rappresentativi protagonisti nella tutela dei diritto dei deboli ovvero a tutela delle “persone che hanno difficoltà a fare valere le loro esigenze e ad ottenere quello di cui hanno bisogno” ma quello che vorremmo proporre è un passaggio ulteriore ovvero la sua valorizzazione come una qualità e rompere uno stereotipo culturale che riconosce il proprio benessere come risultato principe a cui tendere e la forza come strumento per raggiungerlo.

Per farlo vorremmo organizzare una giornata di confronto tra sociologi, filosofi, giuristi e testimoni della società. Un momento di incontro da organizzare a Milano nell’autunno del 2018 e che abbia come tematica il passaggio dalla cultura neoliberale attuale che vede nel super uomo il suo scopo, ad una visione più inclusiva che consideri oltre agli elementi meritocratici (prima che la meritocrazia, come dice Lei,  diventi la legittimazione etica alla disuguaglianza) anche i principi metodologici.

 

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